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День Победы — как его видят итальянцы…

В год 75-летия Победы в Великой Отечественной войне у нас были запланированы разные мероприятия, в число которых входит и организация шествий Бессмертного полка по многим городам Италии. Самое масштабное шествие должно было быть в столице — городе Риме. Готовилась праздничная программа, с концертом, выставками на тему Победы…

Год Памяти и Славы

Должно было быть большое количество гостей как соотечественников, проживающих на территории итальянской республики, итальянцев, а также наших друзей и соратников из других стран. Всё это осталось лишь в планах, по известным причинам, мы не можем больше организовать массовые шествия, но остаётся интернет…

Здесь я хочу познакомить читателей с текстом, подготовленным членом оргкомитета нашего Бессмертного полка Италии, специально к этой знаменательной дате. Текст готовился для брошюр, которые мы планировали распространять на празднике 9 Мая. Автор текста Лука Д’Агостини,  президент ассоциации «Madre Russia», член комитета  http://www.madrerussia.com/associazione/ написал специально для своих соотечественников, для тех, кто не знает ЧТО значит День Победы, почему он так важен для нас, наследников — внуков и правнуков победителей в той страшной войне.

Il 9 maggio è la ricorrenza non religiosa più importante dell’anno. In questo giorno festeggiamo la vittoria nella Grande Guerra Patriottica. La stragrande maggioranza degli occidentali non conosce questa ricorrenza e non capisce come mai invece noi russi ci teniamo in modo così particolare.

Per capire cosa significa la vittoria nella Grande Guerra Patriottica occorre partire dalla considerazione che la guerra ad Est e ad Ovest, non ha assunto lo stesso significato. Il primo fattore da tenere a mente è che guerra fra la Germania e la Russia è stata qualitativamente e quantitativamente diversa rispetto al conflitto combattuto in Occidente. Ad Ovest la posta in palio erano l’egemonia e la supremazia, a Est la pura e semplice sopravvivenza fisica.

Gli eserciti tedeschi che entrarono in Francia, in Italia, in Olanda, si comportarono come spietate truppe di occupazione, ma si trattava pur sempre di Paesi percepiti dagli invasori come parte di una civiltà affine. Popolati da creature, forse inferiori, ma comunque, umane. Nonostante il loro valore strategico Ponte Vecchio a Firenze e i passaggi sulla Senna a Parigi non furono distrutti al momento della ritirata. Perché i tedeschi li percepivano come espressione della loro stessa civiltà. La lettura dei documenti del tempo ci mostra che i nazisti immaginavano la Germania come baricentro di una nuova Europa. I Paesi occupati avevano un posto, se pur subordinato, nei sogni di gloria del Reich.

Ma gli stessi documenti ci mostrano che all’Unione Sovietica veniva prospettato un destino assai diverso. Un destino di annientamento fisico della popolazione, annientamento da conseguirsi non solo con lo sterminio diretto, ma con la fame e con la schiavitù, al fine di consentire alla Germania, nel giro di alcune generazioni, di acquisire una dimensione demografica e politica tale da sospingerla verso la contesa per l’egemonia mondiale. Per ottenere questo risultato i tedeschi avrebbero dovuto cancellare ogni traccia della cultura russa (la meravigliosa reggia zarista di Peterhof fu trasformata in una stalla, solo per citare un esempio) e poi procedere all’eliminazione della popolazione, o direttamente con la guerra, o attraverso la fame e la deportazione.

Dopo la guerra gli storici occidentali, soprattutto per motivi ideologici, hanno creato il mito dell’Armata Rossa come un esercito composto di masse male armate e mandate allo sbaraglio dai propri comandanti. In pratica l’enorme quantità di caduti sovietici viene surrettiziamente attribuita all’imprevidenza dei loro generali e al loro disprezzo per la vita umana. Questa è semplicemente ignoranza!

Qualora si conoscesse realmente la storia e lo spirito del popolo russo, si scoprirebbe una verità assai diversa. La sproporzione di forze lamentata dai comandanti tedeschi è solo un infondato e ridicolo pretesto, assunto per giustificare il proprio insuccesso. I soldati sovietici si trovarono agli appuntamenti più importanti in grave inferiorità sia di uomini che di mezzi, e la vittoria finale fu dovuta ad un fattore che per gli occidentali è perfettamente sconosciuto.

Il motivo principale della vittoria dell’Unione Sovietica va ricercato nelle caratteristiche culturali storicamente dimostrate dal popolo russo: primo fra tutti l’amore per la propria terra, la  grande Madre Russia. Questo è un concetto incomprensibile per qualsiasi occidentale che non sia entrato in contatto con la cultura russa. Poi occorre tenere in considerazione l’abnegazione, la tenacia, lo spirito di sacrificio, il testardo rifiuto di ammettere la sconfitta anche nelle condizioni più disperate. L’amore per la propria Patria, la propria terra, il proprio popolo, stiamo parlando di un amore smisurato, rendono comprensibile l’accettazione dei sacrifici indicibili a cui la popolazione russa fu sottoposta.

Quindi l’immensa strage subita dall’Armata Rossa e dal popolo sovietico, non è da attribuire alla politica bellica sovietica né tantomeno alle scelte di Stalin, quanto invece al tipo di guerra condotta ad Est dal comando nazista: una guerra non di conquista, ma di annientamento.

E con questo torniamo alla natura del tutto particolare del conflitto ad Est: spesso l’espressione guerra «per la vita e per la morte» viene usata in senso figurato. Ma per i Russi e per gli altri popoli dell’Unione Sovietica la Grande Guerra Patriottica non fu, come per gli occidentali, un periodo in cui la popolazione civile attendeva pazientemente che il conflitto finisse per tornare, vinti o vincitori, alla propria vita quotidiana. Fu un periodo in cui tutti, indistintamente, uomini, donne e bambini, un intero popolo di 200 milioni di persone, aspettavano di sapere se fossero sopravvissuti o fossero stati uccisi.

Così un’intera generazione si sacrificò nel tentativo di salvare sia la propria esistenza fisica, e quella dei propri cari, sia l’esistenza della propria cultura e della propria identità. Le sofferenze che questa generazione dovette subire furono inenarrabili: certamente furono tali da fare sembrare la morte una alternativa appetibile.

Il popolo sovietico scelse la vita. La sua gente decise di non lasciarsi uccidere, ma di vivere una vita di sacrifici estremi e di combattere con tutte le sue forze. Il Paese non si abbandonò alla dissoluzione, ma si lanciò nel fuoco e decise di restare unito. Quando, il 9 maggio 1945, apprese di avercela fatta, apprese che tutto non era stato vano, i sentimenti del popolo russo furono incomprensibili per gli occidentali, abituati ad una vita di relative certezze. Basti dire che tutti quelli che lo vissero, raccontarono il 9 maggio 1945 come il giorno più bello della propria vita.

Dal 2012, il Giorno della Vittoria, successivamente alla parata militare, si svolge la marcia del Reggimento Immortale. Questa iniziativa si è svolta per la prima volta a Tomsk: i partecipanti alla marcia portano con sé le foto dei loro parenti che hanno partecipato alla Grande Guerra Patriottica. A partire dal 2013, questa tradizione si è diffusa in tutte le città e villaggi della Russia e anche presso le comunità russe all’estero.

Oltre che nella Federazione Russa, il Giorno della Vittoria è celebrato ed è un giorno libero quasi tutti i Paesi dell’Ex Unione Sovietica: Azerbaigian, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Moldavia, Tagikistan, Uzbekistan, Georgia, Abkhazia, Ossezia del Sud, Repubblica Popolare di Donetsk, Repubblica Popolare di Lugansk, Repubblica del Nagorno-Karabakh, Transnistria.

I soldati ed i civili sovietici caduti nella Grande Guerra Patriottica ammontano a 26 milioni e 600 mila persone, tanto che Ernest Hemingway disse: «Ogni essere umano che ami la libertà deve più ringraziamenti all’Armata Rossa di quanti ne possa pronunciare in tutta la sua vita.»

Материал подготовила Марченко Ирина

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